A proposito di "fatica" e "fatiche"
Mi ha colpito questa Traccia lasciata ai ragazzi “maturandi” per il tema del primo giorno di esame lo scorso 17 giugno. Anche i ragazzi, non solo gli adulti si confrontano con la “fatica”.
Che cosa avremmo detto e scritto noi? La fatica è una percezione e una realtà che ci accompagna quotidianamente. Qualcuno cerca di evitarla, qualcuno ne ha paura, qualcuno la vive. Ma che cos’è, veramente, la fatica? Che cosa potremmo dire ai nostri ragazzi e con i nostri ragazzi a proposito della “fatica”. Sarebbe bello parlarne e farne oggetto di un bel dialogo.
Ministero dell’Istruzione e del Merito
ESAME DI MATURITÀ PROVA DI ITALIANO
PROPOSTA C2
Testo tratto da: Mario Calabresi, Alzarsi all’alba, Mondadori, Milano, 2025, pp. 10 -11.
«Con lei [si riferisce alla nonna] ho parlato molto di come il Novecento fosse stato il secolo della liberazione da fatiche antiche e terribili…
Restava però un’idea diversa della fatica, intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia. La convinzione che non ci sono scorciatoie e che, se ci sono, sono un inganno.
Poi, negli anni, ho visto la fatica passare di moda. I genitori augurarsi che i figli ne fossero liberati o vaccinati, come qualcosa da evitare, da rifuggire ogni volta che fosse possibile. Ho visto la parola «fatica» assumere un significato solo negativo e scomparire dal vocabolario quotidiano. Tanto da chiedermi se ci sia mai stato davvero un tempo in cui era interpretata in modo positivo. […] Si è fatta strada l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica. Non è mai stato chiaro come fosse possibile, ma l’illusione ha preso piede ed è stata abbondantemente coltivata.
Nonostante questa utopia, molta gente che non può permettersi di affrancarsi continua a viverla, la fatica. Ad alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti, a non avere orari, a prendersi cura di un pezzo di mondo senza sosta. Silenziosamente, pensando di stare dalla parte sbagliata della storia. Non solo affaticati, ma anche incompresi.»